Di cosa è fatto il nostro sguardo sul mondo? Cogliamo prima la forma, il
colore o il senso? Di certo la discriminante più importante a cui tutti
facciamo riferimento, quando pensiamo alla visione nell’accezione metaforica, è
il dualismo tra un mondo a colori e uno in bianco e nero. Due modalità del
guardare che sono spesso lo specchio di due modi di sentire, di emozionarsi e
relazionarsi con la realtà che ci circonda. Lo sguardo fotografico di Isabella
Rigamonti sembra esplorare questi percorsi e li riconosciamo nei suoi cicli
fotografici perché tutti sono caratterizzati dall’accostamento del colore e del
bianco e nero, tanto quanto dalla scomposizione della forma e dalla ricerca di
un certo equilibrio dinamico d’insieme. Isabella non sceglie mai tra una
fotografia a colori e una in bianco e nero come tanti che, come lei,
sperimentano le due modalità espressive e le tengono distinte. Nelle sue
immagini fotografiche le due visioni sono contemporanee. Utilizza, a questo
scopo (soprattutto nel primo periodo) la tecnica del collage tradizionale
ovvero con il taglio a forbice e non digitale. Una sorta di desiderio manifesto
di tenere insieme due mondi possibili, di ricucire delle spaccature che non
sono casuali, ma scelte, ovvero che lei procura volutamente come a sperimentare
l’ipotesi scompositiva del caos. Questo aspetto si evidenzia per lo più nelle
prime serie fotografiche dove rappresenta i cieli, le architetture e le visioni
urbane. Le ricomposizioni a collage mettono a confronto non solo due sguardi
possibili, due emozioni potenziali - bianco e nero - ma esprimono tutta la
capacità dell’Uomo di tenere insieme questo dualismo visivo come convivere con
il buono e il cattivo, il bello e il brutto, il tragico e il comico. Il
risultato si presenta come una fotografia caratterizzata da frammentazioni
dinamiche che ricordano certi lavori di ricerca fotografica e pittorica da
primo Novecento con chiari rimandi al periodo Futurista. Tuttavia, in queste
fotografie Isabella, non enfatizza il movimento esaltando la possibilità di
rendere manifesto il punto di partenza e d’arrivo di un percorso, quanto la
possibilità che tutto ciò che si muove possa subire un’interruzione della sua
traiettoria o tragitto e della necessità e capacità dell’Uomo di ricomporre, in
modo nuovo, una storia. La fotografa compie un lavoro di sezione e
ricomposizione della frammentazione del mondo alla ricerca di un nuovo senso,
di un nuovo equilibrio e di una nuova armonica bellezza nonostante tutto. Un
lavoro fotografico che ricorda il Kintsugi ovvero la tecnica orientale di
riempire d’oro le crepe degli oggetti rotti e ricomporli a testimonianza del
valore importante della composizione delle ferite. Nella fotografia di
Isabella, però, non è il caso che cambia il mondo, ma è lei che taglia il
quadro visivo scegliendo di presentarlo a piccole sezioni e di ricomporlo, a
testimonianza non solo del fluire e divenire del mondo, ma del potere razionale
di riorganizzarlo. Il suo è uno sguardo che cerca nel Tutto il frammento per
renderlo bello e possibile come per prepararsi alla catastrofe e prefigurarsi
che tutto comunque potrà essere ricomponibile e riparatorio. Una sorta di edificazione
dello sguardo che tradisce la sua preparazione professionale di architetto.
Questa tecnica del frammentare e ricomporre le forme e l’insieme delle cose
porta Isabella, nell’ultimo periodo della sua ricerca, a sperimentare un altro
modo di guardare il mondo concentrandosi su piccoli oggetti di uso quotidiano,
in particolare in ambito domestico. In questa serie, che chiama non solo
“Nature morte”, ma anche “La forma fluida”, la ricomposizione non ha più tagli
netti da collage, ma transizioni che invitano il nostro sguardo a passare
attraverso le cose fino a legarne insieme i nessi, i colori e le emozioni. I
soggetti fotografati in questi cicli sono, in particolare, suppellettili in
vetro o in ceramica come tazzine e teiere o bicchieri e brocche di vetro.
L’obiettivo fotografico si sposta dall’esterno all’interno, nella casa, nel
focolare domestico a evocare momenti di socializzazione tra un bicchiere di
vino e un pasticcino bevendo il tè. La scelta di rappresentare nessun elemento
vivo, spesso frequente nelle raffigurazioni delle nature morte, ma solo dei
piccoli manufatti, fragili, di domestica e - per lo più - quotidianità
femminile dal sapore d’altri tempi, fa pensare a una riconciliazione con il
passato, alla delicatezza dei movimenti, alla cura. Qui, la forma “fluida”
diventa “sostanza” comportamentale. La natura morta rappresentata è -
come da tradizione nella storia dell’arte - un richiamo alla caducità della
vita terrena che si contrappone all’eternità del divino. Tuttavia è nelle
piccole cose, nelle cure quotidiane che si consuma e celebra la cura per
l’Uomo, per il suo corpo e il suo spirito. Un bicchiere d’acqua, un pasto, una
serata con gli amici, una chiacchierata con un amico o un’amica e quel mondo
bianco e nero, sembra perdere la rigidità dei contorni e delle forme. L’insieme
si compenetra, per l’appunto la “forma” diventa “fluida” e appare una sorta di
tessitura di forme e colori che tiene insieme le cose e le difficoltà
dell’esistere attraverso la cura dell’altro fatta da piccoli gesti, e piccoli
oggetti che, nelle loro fragilità, esprimono tutta la forza dell’amore. Forse è
per questo che gli ultimissimi lavori di Isabella rappresentano direttamente il
sacro e gli oggetti votivi, una sorta di ricerca del simbolico e della
spiritualità mercificata e raffigurata per iconografie precostituite che
tuttavia tiene insieme le fragilità del mondo e la precarietà del
quotidiano. Melina Scalise
BIOGRAFIA:
Nata a
Besana in Brianza (MI) nel 1969, Isabella Rigamonti approfondisce gli studi
artistici presso il Liceo Artistico Collegio San Giuseppe di Monza e consegue
la laurea in Architettura-Design presso il Politecnico di Milano. Il suo
esordio artistico è nel campo pittorico figurativo con tecniche tradizionali da
cui ben presto si allontana per confluire in una sperimentazione artistica di
natura percettiva informale, con tecniche e materiali espressivi inconsueti.
Agli inizi della sua attività artistica sviluppa l’interesse per la fotografia,
che diventa ben presto il suo strumento espressivo di riferimento, il cui
studio della tecnica viene coltivato con la frequentazione di diversi corsi
annuali anche presso l’Accademia Forma di Milano. L’artista compie un lavoro
complesso a livello fotografico, realizzando senza l’utilizzo di rielaborazioni
digitali successive un effetto di velatura e stratificazione dell’immagine e
rielabora la fotografia in forma concettuale e gestuale, accostando o
sovrapponendo, sulla fotografia in bianco e nero parti di fotografia a colori,
che all’interno dell’opera vivono di vita propria e ne individuano al contempo
una dimensione differente che muta la percezione stessa dell’opera.I suoi pezzi
unici sono stati esposti negli anni in numerose Mostre Collettive e Personali,
presso, Gallerie Private (Galleria Cart, Galleria FMArt Studio, Galleria Villa
e Galleria Artista di Monza / Galleria PEP Art, Galleria MICRO ARTI VISIVE di
Roma, Galleria Viola@rte di Galliate/Lugano, Galleria Castel Negrino Arte
/Galleria Showcases Gallery di Varese/ Galleria Pardes di Mirano / Galleria
Art Factory di Venezia), Spazi Espositivi Comunali, Padiglioni Collaterali
della Biennale di Venezia, Fiere Italiane ed Estere di settore e Musei ( Museo
Casa Tadini, Museo Civico Floriano Bodini, Museo Enrico Butti, Museo Parisi
Valle, MIMUMO, MAC di Lula e MAGA). Inoltre le sono stati dedicati diversi
articoli sulle riviste di settore e diverse sue opere sono entrate in
collezione permanente dei Musei sopra citati.
Dott.ssa Melina Scalise:
Curatore Casa-Museo spazio Tadini di
Milano, Archivio Emilio Tadini, giornalista, scrittrice psicologa.
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